Il ravanello nero (Raphanus sativus var. niger) è una radice carnosa della famiglia delle Brassicacee, parente del cavolo, dei broccoli e del rafano. La sua reputazione come rimedio epatobiliare si basa sul suo eccezionale contenuto di glucosinolati, che, una volta tritati, rilasciano composti solforati attivi (isotiocianati, rafanina), associati a flavonoidi e vitamina C. Inserito nella Farmacopea europea, il ravanello nero è uno dei principali colagoghi vegetali, tradizionalmente utilizzato dopo periodi di eccessi alimentari.
I suoi composti solforati ne determinano un profilo unico tra le piante del gruppo «detox »:
Esistono diverse forme galeniche a seconda dell’obiettivo:
Il ravanello nero agisce in due modi: aumenta la produzione di bile da parte del fegato e ne stimola il rilascio da parte della cistifellea. Questa doppia azione spiega la sua efficacia percepita dopo i pasti grassi e il suo uso tradizionale a sostegno del benessere della cistifellea. È anche per questo stesso motivo che è rigorosamente controindicato in caso di calcoli o ostruzione delle vie biliari, dove provocherebbe una crisi.
Una bile meglio mobilizzata facilita la digestione dei grassi e limita la sensazione di pesantezza. Il ravanello nero contribuisce quindi a migliorare la digestione in senso lato ed esercita un leggero effetto sul transito intestinale. La sua azione sul microbiota, integrata da probiotici adeguati, può contribuire a un migliore equilibrio intestinale durante la cura.
I composti solforati del ravanello nero sono oggetto di studio per il loro ruolo nel metabolismo dei lipidi. Si inserisce tra gli approcci naturali al colesterolo, senza sostituirsi a un trattamento medico in caso di ipercolesterolemia. Per quanto riguarda la pelle, sostenendo le funzioni depurative del fegato, aiuta indirettamente le pelli spente o soggette a imperfezioni, nell’ambito di una cura depurativa globale.
Le sinergie epatiche sono numerose e complementari: